Intersections 2026: per gli editori, cresce l’importanza di rendere le emittenti riconoscibili su ogni piattaforma

Intersections 2026: per gli editori, cresce l’importanza di rendere le emittenti riconoscibili su ogni piattaforma

30 Ottobre 2026

Intersections 2026: davanti alla platea di centri media e investitori pubblicitari si è parlato molto tecnicamente della radio tra DAB+, assistenti vocali e nuove modalità di ascolto

DAB+, streaming e auto connesse sono state al centro dell’intervento dell’avvocato Massimo Lualdi a Milano al Workshop di Giornale Radio di giovedì 29 ottobre 2026 all’Allianz MiCo nell’ambito della manifestazione Intersections 2026.

Il titolo della sessione era “DAB+, nuove frontiere dell’informazione audio digitale e automotive” con al centro del confronto l’accesso ai contenuti radiofonici nell’automobile connessa, gli aggregatori, gli assistenti vocali e la misurazione degli ascolti multipiattaforma.

«La radio può continuare a essere radio anche quando non passa dal ricevitore radio». È il passaggio che riassume l’intervento tenuto da Lualdi.

Il fondatore di Consultmedia e direttore di Newslinet (e anche di Giornale Radio) ha affrontato il cambiamento nelle modalità di accesso alle emittenti: dalla ricezione del segnale alla selezione attraverso applicazioni, cataloghi digitali e assistenti vocali. Al confronto hanno preso parte anche l’editore di Giornale Radio Domenico Zambarelli, Robert Förster di Radiozeit e Alessandro Musumeci di Fiat e Abarth.

Per gli editori, ha osservato Lualdi, la presenza sulle diverse reti porta con sé esigenze differenti: «In FM avevamo un problema essenzialmente radioelettrico: essere ricevibili in mezzo a 80 stazioni. Col DAB+ abbiamo aggiunto copertura, multiplex, identificativi e liste di 230 stazioni. In streaming compare un problema ulteriore: essere trovabili tra 100.000 flussi mondiali».

L’intervento è partito dai dati statunitensi di Edison Research, dove tra i 13-34enni, la radio rappresenta il 70% del tempo di ascolto in automobile dedicato all’audio supportato dalla pubblicità. Una quota che riguarda quel particolare segmento di consumo, non l’intero ascolto audio in auto. «Ma rimane un dato considerevole, soprattutto perché parliamo della fascia 13-34 anni, abituata a podcast, streaming musicale, video musicali», ha sottolineato Lualdi.

Un’altra rilevazione Edison, relativa al secondo trimestre 2026 e alla stessa fascia di età, mostra però che il dispositivo mobile ha superato il ricevitore AM/FM come modalità di accesso all’audio in automobile: 46% contro 43% (i due dati – ha precisato Lualdi - hanno perimetri differenti, ma aiutano a descrivere la separazione fra il contenuto ascoltato e lo strumento utilizzato per raggiungerlo).

L’avvocato ha citato altri due indicatori: nel primo trimestre 2026, negli Stati Uniti, il 14% del tempo dedicato alla radio lineare era già fruito attraverso gli stream delle emittenti; il 30% degli ascoltatori settimanali di stazioni presenti via etere le ascolta anche in streaming.
«Sono indicatori diversi, che non devono essere sovrapposti, ma mostrano come contenuto e piattaforma distributiva siano ormai due variabili distinte».

L’automobile connessa rende particolarmente visibile questa evoluzione. Richiamando il Connected Car Study 2026 di Audacy, Lualdi ha ricordato che, tra gli automobilisti americani maggiormente interessati alle funzioni di intelligenza artificiale, il 65% ascolta stazioni via etere, il 51% utilizza app radio e il 48% ascolta podcast. «Quindi interesse per l’IA […] e ascolto radiofonico […] non risultano affatto incompatibili», ha osservato.

Nello studio, il 54% dei conducenti di auto connesse vorrebbe sistemi vocali pienamente integrati. Fra gli utilizzatori dei comandi vocali, il 57% li impiega per riprodurre radio, musica o podcast, il 50% per scoprire nuovi contenuti audio e il 32% per interagire con strumenti come ChatGPT e Gemini.

La differenza, secondo Lualdi, emerge nel modo in cui viene formulata la richiesta: «Se dico “metti Radio X”, ho già scelto la radio e chiedo alla macchina di eseguire il comando. Se dico “fammi ascoltare una radio di informazione”, introduco un intermediario che deve capire la richiesta, cercare nel proprio catalogo e scegliere cosa propormi». In questo percorso, «il nome della radio, i metadati, la categorizzazione, lo station ID e la disponibilità dello stream diventano parte della distribuzione».

Un nome capace di comunicare immediatamente il contenuto può facilitare il riconoscimento dell’emittente. Lualdi ha portato gli esempi di Classic FM, 80s80s, Radio Rock, JazzRadio, 70-80 e Giornale Radio: «Il nome dice già che cosa troveremo dopo aver premuto play».

«Un nome del genere svolge quasi la funzione di un metadato elementare. Se cerco informazione, una radio che si chiama Giornale Radio presenta una coincidenza semantica molto forte fra richiesta, nome e contenuto». Questo, ha precisato, non permette di attribuire automaticamente un vantaggio nei sistemi di selezione: «Questo non dimostra affatto che l’algoritmo la premierà». La riconoscibilità del prodotto, nella sua analisi, diventa però più immediata per l’ascoltatore e potenzialmente più semplice da interpretare per una macchina.

Da qui il richiamo all’impiego di asterischi, cancelletti, apostrofi e punti esclamativi negli identificativi DAB+, inseriti per ottenere posizioni più favorevoli negli elenchi alfanumerici delle autoradio. Nell’area milanese, ha riferito, erano state rilevate circa 230 stazioni, oltre 50 delle quali con caratteri speciali; la pratica ha iniziato a comparire anche in Austria.

«Era comprensibile la logica: se l’autoradio ordina alfabeticamente, provo a salire nell’elenco», ha spiegato. Con la diffusione della selezione vocale, però, il risultato può cambiare: «Un carattere utile per scalare una lista visuale può essere inutile, quando non controproducente, per un sistema che deve capire ciò che l’utente pronuncia».

Un altro passaggio ha riguardato il rapporto tra applicazioni proprietarie e aggregatori. Le prime consentono all’editore di controllare l’esperienza d’ascolto e di proporre dati, catch-up, podcast, canali tematici e contenuti aggiuntivi. L’ascoltatore, però, può seguire più emittenti. «Se per cinque stazioni servono cinque applicazioni, l’aggregatore torna ad avere una funzione evidente: ricostruisce in software quello che il ricevitore faceva mettendo tutte le radio nello stesso apparecchio».

Anche la memorizzazione delle stazioni preferite si sposta fra ambienti differenti: «Il preset non scompare: cambia posto, perché può stare nell’app dell’emittente, nell’aggregatore, nello smart speaker, in CarPlay, in Android Auto o nel sistema nativo dell’automobile». La conseguenza riguarda i rapporti fra editori e piattaforme: «Chi controlla quel punto di accesso acquisisce inevitabilmente una funzione di intermediazione».

Nel quadro europeo, Lualdi ha richiamato la crescita dell’ascolto via Internet, mettendo in guardia dal confronto diretto fra rilevazioni differenti. Tra gli esempi citati, i 315 milioni di ore di ascolto online nel Regno Unito nel secondo trimestre 2026, i circa 39 milioni di persone raggiunte occasionalmente dalla radio lineare in streaming in Germania e una quota streaming vicina al 14% dell’audience radiofonica in Spagna al momento dell’integrazione dei dati censali. «Persone, ore, sessioni e dati server-side: sono grandezze diverse e vanno trattate come tali», ha ricordato. La prospettiva indicata resta quella della coesistenza: «FM, DAB+ e IP continueranno quindi a convivere, almeno nel periodo che possiamo ragionevolmente osservare».

La misurazione deve seguire questo percorso. In Canada, ha spiegato, Numeris sostituirà in 22 mercati locali l’Online Radio Diary con Radio Local+, combinando dati di streaming su larga scala, due indagini sulle persone e modellazione statistica. Le pubblicazioni passeranno da due a quattro all’anno e la finestra mobile da 48 a 13 settimane.

Per l’Italia, Lualdi ha richiamato l’evoluzione prevista da Audiradio attraverso l’SDK per rilevare la componente digitale, affiancandola alla discussione su un possibile criterio di accesso per le emittenti locali nel 2027: il collegamento della rilevazione regionale alla presenza FM in almeno una provincia della regione.

«Al momento è un’ipotesi e come tale va trattata», ha precisato. Se fosse confermata, nella sua valutazione si determinerebbe una contraddizione: «Cercheremmo di misurare meglio l’ascolto digitale continuando a utilizzare la presenza analogica come condizione territoriale di accesso alla misurazione».

Per gli editori, il lavoro riguarda quindi più aspetti contemporaneamente. «La frequenza continuerà ad avere valore, così come il DAB+, ma sarà l’IP che ne avrà sempre di più», ha affermato Lualdi. Occorrerà occuparsi di «copertura, identificazione, reperibilità e misurazione». Un segnale efficiente e un’app ben realizzata possono infatti perdere parte della propria efficacia se l’automobile non identifica la stazione, l’assistente vocale interpreta un nome diverso, l’aggregatore classifica male l’emittente o la rilevazione non segue l’ascoltatore fra le piattaforme. «La frequenza ci diceva dove trovare una radio. Nell’ambiente multipiattaforma dobbiamo fare in modo che lo sappiano anche le macchine».

* Per comunicati e segnalazioni: [email protected]

Leggi anche...

Pubblicità