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Lorenzo Suraci (RTL 102.5) al Corriere della Sera: «Vendevo giornalini al liceo, poi l’idea della discoteca e della radio»

Il fondatore di RTL 102.5, Lorenzo Suraci, si racconta in una lunga intervista al Corriere della Sera, ripercorrendo le tappe di una carriera che lo ha portato ai vertici della radiofonia italiana.

Il prossimo anno Suraci festeggerà 40 anni alla guida dell’emittente. Classe 1952, origini calabresi, ha iniziato il proprio percorso professionale tra libri venduti per mantenersi e attività di organizzazione di spettacoli, prima di aprire la discoteca Capriccio di Arcene insieme all’architetto Giancarlo Tebaldi. «Nella vita ho sempre avuto fame, mai stato con le mani in mano», racconta.

Da quell’esperienza nasce l’idea della radio. Nel 1987 arriva l’acquisto di un’emittente e prende forma il progetto di costruire una rete nazionale attraverso l’acquisizione delle frequenze. «Ho battuto l’Italia in lungo e in largo per acquisire le frequenze ed è stata la mossa giusta, l’elemento scatenante del nostro successo», ricorda Suraci.

Nel corso degli anni, RTL 102.5 ha puntato sull’innovazione dei contenuti e sul rapporto diretto con gli ascoltatori, anche attraverso la radiovisione, l’informazione e l’intrattenimento. Tra i ricordi emerge anche il tentativo di coinvolgere l’anima del Deejay Time, poi accantonato per ragioni economiche: «Ho provato a prendere Albertino, ma sarebbe costato troppo».

Oggi l’emittente raggiunge oltre sei milioni di ascoltatori al giorno. La sfida, spiega Suraci, è confrontarsi con le piattaforme digitali, considerate la principale concorrenza della radio tradizionale. Il fondatore continua comunque a seguire da vicino l’attività dell’azienda, costruita nel tempo attraverso un modello sviluppato «giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza».

La soddisfazione più grande resta quella di garantire un futuro ai propri collaboratori: «Pagare a fine mese tutti i 250 stipendi». Quanto al momento di fermarsi, la risposta è netta: «Mai. Mi fermerò quando me ne andrò al Creatore, solo allora sarà finita».

* Per comunicati e segnalazioni: [email protected]

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Barbara Marchand: “Con me e con la mia professoressa di lettere è nata nel 1966 la RMC italiana”

La prima voce nel 1966 era la sua professoressa di letttere all’Universita Carlone di Nizza; il primo Sound Designer era la moglie di Coutisson. E mille altri aneddoti.

Il 13 ottobre 2026 abbiamo avuto l’occasione di intervistare Barbara Marchand, la nota conduttrice e animatrice di Radio Rai che fu anche la seconda voce italiana in onda sui 205 metri di Radio Monte Carlo nel 1966. Questa la sua intervista esclusiva per FM-world.

Si possono trovare molte sue interviste online, ma c’erano alcune cose specifiche che volevamo sapere e che apparentemente nessuno aveva domandato. Senza contare che nella conversazione – a ruota libera e senza domande inviate in anteprima, come da sua richiesta – sono emersi alcuni fatti che correggono o integrano parte della narrazione piuttosto omogenea che abbiamo trovato online, in particolare relativamente propri all’inizio della trasmissione “italo-francese”.

Quella che segue è la trascrizione dell’intervista, non filtrata né editata: ma consigliamo tutti di ascoltarla dal vivo, cosa che sarà possibile fare venerdì 16 (prima parte) e venerdì 23 ottobre (seconda parte) sulle frequenze di Centrale Milano (1575 kHz+streaming) e Power 927 (927 kHz+streaming).

Intervista a Barbara Marchand – FM-world

FM-world: Per le interviste di FM-world abbiamo oggi con noi Barbara Marchand. Buongiorno, Barbara.

B.M.: Oh, buongiorno! Ma hai una voce canterina, amico mio!

FM-world: È perché faccio per hobby una specie di notiziario, una radio che abbiamo fatto insieme a Marco Casa di Milano, qui per Nizza. Quindi ho un po’ l’abitudine, forse, di impostarla un pochino. Allora senti, iniziamo tra poco con le domande vere, ma prima mi hai promesso una cosa: una registrazione originale dal tuo archivio di nastri degli anni ’60: il saluto all’inizio di una tua trasmissione. Possiamo sentirlo?

Cliccare qui

Trascrizione

«Buongiorno a tutti! Allora, come va questa mattina? Voi siete all’ascolto di Radio Monte Carlo, io sono Barbara di Radio Monte Carlo e vi auguro una giornata straordinaria! Ma dobbiamo partire subito con la musica, perché è inutile che parli io! Ok, andiamo!» (Subito dopo parte Gianni Morandi.)

Lo stile dell’epoca

B.M.: Questo era lo stile mio dell’epoca, pensa sessant’anni fa.

FM-world: E quanti anni avevi, in effetti?

B.M.: Avevo vent’anni nel 1966, quindi fate il conto. Oggi siamo nel 2026!

FM-world: Allora, partiamo da quegli anni, da un periodo che veramente pochi ricordano, purtroppo. La Radio Monte Carlo dei 205 metri, pari a 1466 kHz, nata da una costola di quella francese. Da quello che mi risulta, me l’ha detto un italo-francese, più francese che italiano, Christian Ghibaudo che abita qui a Nizza ed è appassionato di radio, è nata da una costola del trasmettitore di RMC francese, che era diventato inutile quando loro sono passati dalle onde medie alle onde lunghe. Non sapendo cosa farci, hanno detto: «Vabbè, facciamoci un programma italiano». Non so se ti risulta vera questa cosa.

B.M.: Risulta vera fino a un certo punto, perché comunque quelle onde medie e onde corte erano comunque utilizzate per toccare le coste africane, Algeria, Marocco, Tunisia, in lingua francese. Però non davano benefici (francesismo: vuol dire utili N.d.R.) , cioè nessuno pagava. Erano delle trasmissioni che facevano gentilmente da Monaco su quelle onde lì.

La Trasmissione Italo-Francese… Franco-Italiana

Dopodiché, quando hanno capito che appunto non c’erano benefici, arrivò il buon Noël Coutisson, che già lavorava a Radio Monte Carlo, ma nella sede di Parigi, e decise, dopo credo un grande studio, perché non nasce così, non può nascere così un’idea così geniale, di toccare le coste italiane. Perché toccando le coste africane toccavi per forza le coste italiane. Su queste frequenze (link)

E quindi Noël decise di fare una trasmissione italo-francese, perché inizialmente era in italiano e in francese, anzi, meglio, in francese e in italiano, per non mettere a disagio l’ascoltatore affezionato che ascoltava già in francese.

FM-world: Tu c’eri fin dal primo giorno?

B.M.: Io no, no, no. Dal primo giorno c’è stata la mia professoressa di italiano dell’Università di Nizza. Perché? Perché Noël Coutisson non conosceva persone che parlassero le due lingue.

Che cosa fa? Va al Consolato d’Italia e dice: «Avete qualcuno che parli francese e italiano nello stesso momento?». E gli dissero: «Guardi, le uniche persone che possono parlare le due lingue sono i professori di italiano in Francia, cioè a Nizza».

Quindi passarono attraverso l’ambasciata e il consolato. Il consolato indicò la mia professoressa di italiano, perché io studiavo Lettere italiane all’Università di Nizza.

Me la ritrovai un giorno a lezione e l’avevo già sentita io sulla radio. Le ho detto: «Signora, ma è lei che parla alla radio?». «No, no, no, per carità, non sono io!». Invece era lei, era proprio lei.

Si faceva chiamare Simonetta all’epoca, ma non si chiamava Simonetta. Adesso non ricordo bene come si chiamasse. Di cognome si chiamava Bassani, era la moglie del signor Bassani. Poi, per caso, io sono entrata a Radio Monte Carlo. Non è che c’è stato un bando oppure… Io ho incontrato invece la mia professoressa di italiano del liceo di Monaco, che abitava a due isolati da casa mia.

La incontrai per strada e mi disse: «Ma senti un po’, tu che parli italiano…», perché sapeva che andavo in vacanza a Limone Piemonte, quindi parlavo già un po’ italiano, non bene come adesso, «ma tu che parli così bene italiano e francese, perché non vai a fare una prova a Radio Monte Carlo?».

Io le dissi: «Ma signora mia, io non conosco manco un microfono, non so neanche che cos’è!».

«Ma no, dai, provaci! Che cosa fai adesso?».

Dico: «Sto studiando Lettere italiane».

«Ecco, appunto! Vai a Radio Monte Carlo, ti dico da chi devi andare».

E mi diede il numero della segretaria di Noël Coutisson, che mi diede a sua volta un appuntamento per fare un provino, che fu disastroso. E poi sono entrata. Tutto qua, molto semplice.

 

Crescere con gli ascoltatori

FM-world: Tutta la tua vita, alla fine, è stata determinata da questo.

B.M.: Ma io sono cresciuta con i miei ascoltatori, perché io ero nessuno. Cioè, il primo giorno non me ne sono accorta, ma il secondo giorno, quando ho cominciato a pensare che qualcuno forse mi ascoltava, sono andata giù con delle cose oscene! Non mi rendevo conto, non mi rendevo proprio conto.

E poi piano piano, col tempo, sono cresciuta, mi sono impegnata. Mi piaceva molto, tra le altre cose, soprattutto. E quindi tu sai che quando ti piace una cosa la fai ancora più volentieri.

FM-world: Certo, certo. Diventa un mestiere, immagino, molto bello. Senti, immagino  che quando è partita Radio Monte Carlo non ci fossero campagne pubblicitarie o altro per annunciarla. Quindi mi sono sempre domandato, ma come sono arrivati poi i primi ascoltatori. Perché bisognava che uno girasse la manopola lì, abbastanza in alto (1467 kHz). La RAI restava più in basso come frequenze, quindi neanche era tanto probabile che uno ci andasse. Forse chi cercava Vaticana (1530 kHz), forse passaparola, non so.

B.M.: Sì, io me lo chiedo anch’io. Credo che sia per puro caso che uno girasse e sentisse una voce diversa o una musica diversa. Perché non c’era censura su Radio Monte Carlo, quindi passavano anche dei brani che in RAI erano censurati, per esempio.

Quindi penso che sia stato più un colpo di fortuna, una coincidenza, chiamala come ti pare, anche se le coincidenze non esistono (frase da approfondire sul canale YouTube di Barbara, N.d.R.).

E poi piano piano si sono addirittura organizzati gli ascoltatori, visto che si prendeva bene sulla fascia litoranea dell’Italia, non all’interno ma proprio sulle spiagge. Era d’estate, perché io sono entrata a fine giugno. Si organizzarono con le radioline sulla spiaggia, dalle macchine. Guarda, sembra un film, ma è così!

FM-world: Dunque, la trasmissione si chiamava Italo-francese. Ogni tanto Awanagana piazzava dentro al discorso italiano delle frasi intere in francese. Era un’indicazione, era una necessità o era un vezzo?

B.M.: Allora, credo che quello di Awanagana fosse un vezzo. Chiedete a lui conferma, perché già Awanagana venne quando le trasmissioni erano totalmente in italiano.

Detto fatto: ecco la risposta di Awa:

Le trasmissioni italo-francesi sono nate con la mia professoressa e con me, praticamente, perché eravamo obbligati a non disabituare l’ascoltatore che ascoltava le trasmissioni in lingua francese precedenti, per non vessarlo, per abituarlo poi alla lingua italiana.

Ma Awanagana venne molto dopo di me, parecchio, molto dopo di me. Quindi penso che sia un vezzo. Chiedetelo magari.



Gigi Salvadori, sotto a sinistra Sandra, Marika, Coutisson, Barbara Marchand, dietro a Coutisson GP Casini

Noel, un genio

FM-world: Dunque è stato un passaggio morbido tra quella francese e quella italiana, senza una specie di discontinuità (il famoso giorno dell’esordio delle trasmissioni, 6 marzo 1966).

B.M.: No, no, no, è stata una cosa molto dolce, molto. Ma guarda, Coutisson era un mago, è inutile che ci giriamo intorno. Coutisson è stato un mago della radio.

Io non me ne rendevo conto perché non sapevo niente di radio, assolutamente niente. Ma quando lui mi punì perché misi una sigla, allora lì ho capito. Ho detto: «Allora ascoltalo, che forse è meglio!».

Era una persona straordinaria, che non esiste più adesso nelle radio commerciali, chiamiamole così, le radio del web. Non esiste più una persona come Coutisson, non esiste, secondo me. Scusate se lo dico, è così.

FM-world: Hai detto che hai messo una sigla. Cosa intendevi dire?

B.M.: Allora sì, questa è una cosa che racconto sempre molto volentieri.

Noi eravamo intanto Barbara di Radio Monte Carlo, Roberto di Radio Monte Carlo, Liliana di Radio Monte Carlo, Ettore di Radio Monte Carlo. Non avevamo cognome, non dovevamo usare il nostro cognome. Perché? Perché Coutisson aveva deciso così. Aveva deciso bene, secondo me.

E avevamo degli orari sempre variati e variabili. Cioè io potevo fare il lunedì la mattina alle otto, il martedì alle dodici, il mercoledì alle quattordici. Quindi non eravamo sempre presenti alla stessa ora.

Stranamente, una settimana sono rimasta alla solita ora, alle 17, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì alle 17.

Dico: «Ma lo sai che ti dico? Mi metto una sigla, così la gente sa che ci sono io alle 17 e mi ascolta. Chi mi vuole ascoltare volentieri sa che ci sono a quell’ora».

Non l’avessi mai fatto!

Il primo giorno nessuno se ne accorse. Il secondo giorno si aprì la porta dietro di me, perché avevo la porta dietro, quindi non vedevo chi entrava. Era una porta tipo, come si chiama, tipo sottomarino, sai, queste porte enormi.

Entrò Coutisson e mi disse: «Signorina, lei ha messo esattamente la stessa musica di ieri alla stessa ora. E no, così non va bene!».

E gli ho detto: «Scusi, ma io sono di servizio», perché si dice così in Francia, «sono di servizio tutte le sere alle 17, mi sembrava carino mettermi una sigla».

Non l’avessi mai detto! Mi ha cacciata e mi ha lasciata a casa sei mesi senza stipendio. Ecco chi era Coutisson!

FM-world: Cattivissimo, oltretutto! Sei mesi?

B.M.: No, no, cattivissimo! Dovevo imparare, dovevo sottostare alle leggi di Radio Monte Carlo. Io ero già una ribelle, si vede, non lo so.

Sound Designer: la moglie di Coutisson

FM-world: Parliamo della musica, allora. Nel tuo programma potevi scegliere oppure dire la tua sulla musica? O c’erano già quelli che oggi chiamano i sound designer? In ogni modo, che cos’è che passava di musica in quel periodo?

B.M.: Noi sound designer non ne avevamo. Avevamo uno che stilava la scaletta e basta, che tra le altre cose era la moglie di Coutisson.

Passavano i successi del momento, da Al Bano a Elton John, insomma. No, avevamo quello che faceva la scaletta e noi dovevamo seguire la scaletta. Poi avevamo un régisseur. Il régisseur è quello che sta in regia e annota tutti i passaggi delle pubblicità, degli stacchi, eccetera.

E il régisseur ci diceva: «Finite a quest’ora, togliamo questo pezzo, ne mettiamo un altro». E basta. Era una cosa molto semplice, sai, molto casalinga.

Prossimamente

Nel prossimo articolo: la carriera di Barbara dalla RAI in poi, fino ad arrivare ai giorni nostri e alla presenza su YouTube e su alcune Web Radio (M.H.B. per FM-world)

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Renzo Arbore si racconta a Francesco Fredella di RTL 102.5: «Tutti i miei oggetti andranno a Foggia»

Il musicista e showman si racconta a Francesco Fredella di RTL 102.5, tra i ricordi di una carriera internazionale, l’amore per la città natale e l’attesa per l’apertura di Casa Arbore. Annunciata per le 18.30 di martedì 13 ottobre la pubblicazione dell’intervista su Instagram.

Tutti i suoi oggetti, dalle collezioni di dischi agli strumenti musicali, passando per opere d’arte, fotografie e occhiali da sole, sono destinati a tornare a Foggia, la città in cui è nato e dove ha mosso i primi passi nel mondo della musica. È il progetto a cui Renzo Arbore guarda con particolare affetto: una casa-museo nel cuore della città pugliese, destinata a custodire i ricordi e le testimonianze di una carriera artistica lunga e ricca di esperienze.

Il musicista, conduttore e inventore di programmi televisivi e radiofonici ne ha parlato con Francesco Fredella, speaker di RTL 102.5, in un’intervista nella quale il legame con le proprie origini è stato uno dei temi centrali. Il contenuto, annunciato per le 18.30 di martedì 13 ottobre, è disponibile sull’account Instagram della prima radio italiana.

Nel dialogo, caratterizzato anche da una conversazione in dialetto foggiano, Arbore ha ribadito il desiderio di riportare nella propria città gli oggetti raccolti nel corso degli anni. Gli scatoloni, ha raccontato, sono già pronti da mesi, in attesa che il progetto di Casa Arbore possa finalmente concretizzarsi con l’apertura al pubblico. Un’iniziativa che rappresenta una testimonianza concreta del suo rapporto con Foggia, dove ha trascorso gli anni della formazione e scoperto la passione per il jazz, anche grazie alla frequentazione della storica Taverna del Gufo, in via Arpi.

Una casa tra musica, arte e ricordi

La casa romana di Arbore restituisce l’immagine di un percorso artistico e umano segnato da viaggi, incontri e passioni. Tra le stanze trovano spazio fotografie scattate durante le tournée internazionali, opere luminose, dischi, ritratti, cravatte e gilet, oltre a una vasta collezione di occhiali da sole in plastica. In salotto spicca un pianoforte bianco a coda, mentre diversi clarinetti sono custoditi su una grande libreria.

Non mancano i richiami alle due città che hanno segnato la sua formazione: Napoli, alla quale Arbore è rimasto profondamente legato dopo gli anni universitari trascorsi studiando Giurisprudenza, e Foggia, luogo delle origini e dei primi incontri con la musica. Tra gli oggetti conservati figura anche una copia della laurea honoris causa conferita a Totò, una testimonianza dell’ammirazione di Arbore per il principe della risata.

Il futuro museo raccoglierà questo patrimonio personale, trasformandolo in un percorso attraverso la vita e il lavoro di uno dei protagonisti più originali dello spettacolo italiano. L’attesa è ora concentrata sull’inaugurazione, che consentirà di rendere accessibili al pubblico materiali e ricordi accumulati nel corso di decenni.

Dall’Orchestra Italiana alla televisione online

Nel corso dell’intervista, spazio anche alla lunga esperienza con l’Orchestra Italiana, il progetto con cui Arbore ha contribuito a portare la canzone napoletana sui palcoscenici di tutto il mondo. Le tournée hanno toccato numerosi Paesi, dalla Cina all’Australia fino agli Stati Uniti, per un totale di oltre 1.400 concerti in circa trent’anni di attività.

Un’esperienza che, pur continuando a vivere attraverso l’orchestra, non vedrà Arbore nuovamente impegnato in tournée con la formazione. Restano il repertorio, gli arrangiamenti e il lavoro di valorizzazione della tradizione musicale napoletana, al centro di un progetto che ha saputo raggiungere pubblici internazionali.

Accanto alla musica, continua anche l’attività di conservazione e condivisione del proprio archivio artistico. Arbore ha infatti avviato Renzo Arbore Channel, un canale televisivo online che raccoglie programmi, canzoni, esibizioni e momenti significativi della sua carriera. Un vero e proprio archivio audiovisivo pensato per riproporre al pubblico una parte importante della storia della radio e della televisione italiana.

Dalla passione per il jazz coltivata a Foggia agli anni trascorsi a Napoli, fino ai successi televisivi e ai concerti in tutto il mondo, il percorso di Arbore attraversa linguaggi e generazioni. Casa Arbore si prepara ora a diventare un nuovo punto di riferimento per raccontare questa storia proprio nella città in cui tutto è cominciato, restituendo alla comunità un patrimonio di oggetti e memorie che l’artista ha scelto di legare alle proprie radici.

* Per comunicati e segnalazioni: [email protected]

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Wad su Repubblica: “La radio deve dare spazio a ciò che il pubblico non sa ancora di volere”

Michele “Wad” Caporosso racconta il rapporto tra radio, nuove tendenze musicali e scouting in un’intervista pubblicata da la Repubblica e curata da Patrizio Ruviglioni.

Al centro del colloquio c’è soprattutto Say Waaad?, il programma che Wad conduce su Radio Deejay dal 2018 e che anche nella stagione 2026/2027 è in onda dal lunedì al venerdì, dalle 21 alle 22, oltre a essere presente su YouTube, Deejay TV e TikTok. Una trasmissione nata con l’obiettivo di intercettare le novità non soltanto musicali, ma anche legate al mondo dei creator, del cinema, delle serie televisive e della cultura contemporanea.

Wad rivendica una concezione della radio come strumento di scoperta e divulgazione. Secondo il conduttore, il compito di un programma radiofonico non dovrebbe essere soltanto quello di proporre ciò che il pubblico già conosce, ma anche di accompagnarlo verso fenomeni e linguaggi ancora da scoprire. Un’impostazione che ha caratterizzato il suo lavoro fin dagli anni in cui ha iniziato a dare spazio alla nuova scena musicale italiana.

Tra i primi artisti raccontati da Say Waaad? figurano infatti Ghali, Sfera Ebbasta, Thegiornalisti, Calcutta, Tony Effe, Blanco, Madame e Achille Lauro, insieme a nomi già affermati come Marracash e Fabri Fibra. Wad ricorda anche il rapporto con artisti appartenenti a generazioni differenti, da Ornella Vanoni a Cesare Cremonini e Claudio Bisio, sottolineando come il confronto tra linguaggi e generazioni rappresenti una delle caratteristiche del programma.

Il rap occupa una parte importante della sua esperienza professionale. Wad considera l’hip hop un linguaggio capace di raccontare la realtà e ritiene che molti dei pregiudizi nei suoi confronti siano ancora legati a una conoscenza parziale del fenomeno. La radio, in questo senso, può contribuire a fornire strumenti per comprendere i nuovi linguaggi anziché limitarne la diffusione.

Nell’intervista si parla anche del rapporto tra radio e podcast. Per Wad, Say Waaad? ha anticipato alcuni elementi oggi tipici del podcasting, soprattutto per formato e centralità della conversazione. La radio conserva però una caratteristica distintiva: la capacità di raggiungere un pubblico molto ampio. La difficoltà, secondo il conduttore, riguarda piuttosto la necessità di catturare l’attenzione dell’ascoltatore in un contesto nel quale la soglia di attenzione è sempre più ridotta.

Un altro tema affrontato è quello della difficoltà di introdurre le novità in un Paese spesso legato ai fenomeni già conosciuti. Wad parla della necessità di trovare un equilibrio tra intrattenimento e innovazione, evitando di proporre le nuove tendenze in maniera troppo radicale. Da qui l’idea di accompagnare le novità attraverso elementi familiari al pubblico, senza però rinunciare alla funzione di scoperta.

Guardando all’attuale scena musicale italiana, Wad individua nell’indie uno degli ambiti più interessanti per la nascita di nuovi talenti, mentre considera il rap in una fase di grande successo commerciale ma anche di saturazione sul piano creativo. Il conduttore guarda quindi con interesse alla possibilità che emergano nuovi linguaggi e nuove direzioni artistiche.

Say Waaad?, infine, viene descritto non soltanto come un programma radiofonico, ma come una comunità capace di muoversi tra radio, social e iniziative culturali. Una vocazione che ha portato la trasmissione anche a ricevere il Diversity Media Award come miglior programma radiofonico e che, nelle parole di Wad, conferma l’importanza di raccontare una società fatta di linguaggi, identità e sensibilità differenti.

L’intervista completa a Michele “Wad” Caporosso è pubblicata su la Repubblica ed è firmata da Patrizio Ruviglioni.

* Per comunicati e segnalazioni: [email protected]

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Vent’anni di LolliRadio: Marco Lolli racconta la sua “scommessa”, tra sacrifici e futuro

Il 28 agosto 2006 nasceva LolliRadio.

Vent’anni dopo, quella che inizialmente era soprattutto l’esigenza di creare qualcosa di proprio e di sperimentare un format allora poco conosciuto si è trasformata in una realtà capace di attraversare profonde trasformazioni tecnologiche e di consolidare nel tempo un pubblico sempre più ampio.

Dai primi mesi di lavoro serrato alla crescita dell’offerta, passando per momenti difficili e soddisfazioni inattese, Marco Lolli ripercorre per FM-world le tappe principali di un’avventura iniziata quasi per follia e portata avanti con una convinzione precisa: avere un’identità forte e continuare a evolversi senza tradire lo spirito originario. Oggi, mentre LolliRadio festeggia il traguardo dei vent’anni, lo sguardo è già rivolto al futuro.

Il 28 agosto LolliRadio compie vent’anni: se dovessi tornare con la memoria al primo giorno, qual è l’immagine o il ricordo che ti viene subito in mente?

È stato indimenticabile il momento della partenza, probabilmente il giorno più emozionante in assoluto, anche considerando i mesi di preparativi che c’erano stati prima. Penso ai sacrifici fatti, sia dal punto di vista economico sia per tutto il tempo investito nel progetto. Per quattro mesi ho lavorato anche venti ore al giorno e ho speso tanti soldi per mettere insieme tutto il necessario: volevo che fosse tutto al top.

Un altro momento indimenticabile è stato poi l’accensione di LolliRadio Italia, che ha avuto un vero e proprio boom fin dal primo giorno (tanto da attraversare un periodo in cui è stata in onda anche in FM nell’etere di Roma, NdR).

Nel 2006 le web radio erano un fenomeno molto diverso da quello che conosciamo oggi. Con quale idea nacque LolliRadio e quanto c’era, all’inizio, di progetto e quanto di scommessa?

All’inizio nacque semplicemente dall’esigenza di avere qualcosa di “mio” e di lavorare su un formato, quello della Happy Station, che allora era praticamente sconosciuto. Non avevo particolari scommesse da fare, né pensavo di ingrandire il progetto: mi andava bene così.

Il resto è accaduto qualche mese dopo, quando tutto ha iniziato a prendere piede.

In questi vent’anni il modo di ascoltare la radio è cambiato radicalmente: qual è stata, secondo te, la trasformazione più importante che LolliRadio ha dovuto affrontare?

La trasformazione più importante è stata quella di riuscire a cavalcare l’onda tecnologica. Siamo passati dai player alle app, dai costosissimi computer presenti in sede ai sistemi cloud, da uno streaming a basso costo a un sistema ad alta ridondanza.

Insomma, siamo passati da un modo di lavorare quasi artigianale a uno più industrializzato. Continuo a studiare costantemente come evolverci. L’ultimo importante salto tecnologico è stato, ad esempio, l’adozione di MusicMaster per la gestione delle scalette: lavorare con criteri sempre più precisi ha dato un’importante impennata agli ascolti.

LolliRadio è riuscita a costruire un’identità molto precisa attraverso i suoi canali e le sue proposte musicali. Quanto è importante, oggi, avere un’identità riconoscibile in un panorama così affollato?

Avere un’identità precisa è la base di questo mestiere. Chi fa la radio “fritto misto”, quella dove c’è un po’ di tutto, secondo me deve prepararsi a un insuccesso quasi sicuro.

Mi sorprende che molti non l’abbiano ancora capito.

Qual è stato il momento più difficile di questi vent’anni, quello in cui hai pensato che il progetto potesse davvero cambiare direzione o addirittura fermarsi?

Ci sono stati tre momenti particolarmente difficili. Il primo risale al 2009, quando i costi delle licenze sono cresciuti enormemente e non riuscivo più a farvi fronte. In quell’occasione devo ringraziare gli ascoltatori, che mi hanno aiutato.

Poi è arrivato il 2021. Poco prima della pandemia eravamo passati da una radio amatoriale a una radio commerciale e, non avendo incassato per mesi nemmeno un euro di pubblicità, ho contratto debiti enormi, che sono poi riuscito a sanare con molta fatica.

Il terzo momento è stato circa un anno fa, quando mi mancavano energia ed entusiasmo dopo la delusione legata alla fine dell’esperienza commerciale. Forse è stato il momento peggiore, perché senza energia ed entusiasmo è difficile portare avanti qualunque progetto.

E, al contrario, qual è stato il momento in cui hai capito che LolliRadio non era più soltanto un’idea o una passione, ma una realtà ormai consolidata?

È difficile indicarne uno solo, perché ce ne sono stati diversi. Forse il più bello è stato qualche anno fa, quando sono andato a fare acquisti in un noto centro commerciale di Roma e, nei dieci negozi che ho visitato, almeno la metà era sintonizzata su uno dei canali di LolliRadio.

Lì ho capito che tutti i sacrifici fatti, in fondo, erano valsi qualcosa.

In vent’anni sono cambiate le tecnologie, le piattaforme e persino le abitudini musicali del pubblico. C’è però qualcosa nello spirito originario di LolliRadio che è rimasto immutato?

Nello spirito originario di LolliRadio non è cambiato nulla. È rimasto quel misto di tecnica, archivio musicale ampio e un pizzico di follia che mi sono imposto fin dall’inizio.

Le evoluzioni sono state soprattutto nel cercare di fare sempre meglio ciò che facciamo ogni giorno da vent’anni, utilizzando mezzi e strumenti sempre migliori.

Oggi la radio non si ascolta più soltanto alla radio: streaming, app, smart speaker, social e video hanno moltiplicato i punti di contatto con il pubblico. Questa evoluzione rappresenta più un’opportunità o una sfida?

LolliRadio fa un po’ storia a sé, perché ha sempre curato soprattutto la parte tecnologica e il “farsi trovare”. Mentre i social sono quasi inesistenti, direi praticamente pari a zero, e questa è sicuramente una pecca che dovrò affrontare in futuro.

Il successo che abbiamo ottenuto finora è quindi arrivato in modo del tutto spontaneo. Credo però che ci sia ancora un potenziale inespresso tutto da esplorare.

Guardando al presente, come vedi lo stato di salute della radio online e quali spazi pensi ci siano ancora per realtà indipendenti come LolliRadio?

Credo che lo spazio per nuove realtà come LolliRadio sia ormai in gran parte esaurito: le grandi piattaforme di streaming si sono prese praticamente tutto.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, i nostri ascolti sono aumentati. Evidentemente la formula continua a funzionare, nonostante siano passati vent’anni dall’inizio delle trasmissioni.

Dopo vent’anni, quali sono i prossimi obiettivi? C’è un progetto o un sogno che Marco Lolli aveva nel cassetto fin dall’inizio e che non è ancora riuscito a realizzare?

Il mio sogno principale è riuscire a proseguire nel tempo, anche se naturalmente non posso garantirlo. E, restando nel campo dei sogni, un altro sarebbe quello di far finalmente decollare il progetto di radio commerciale.

Guardo con interesse anche al DAB. A Roma, ad esempio, esiste già lo spin-off di LolliRadio Happy Station, che si chiama semplicemente Happy Station. Sarebbe però bellissimo riuscire a far ascoltare sempre di più i nostri progetti anche attraverso questa tecnologia.

Se potessi parlare al Marco Lolli del 28 agosto 2006, cosa gli diresti oggi, dopo vent’anni di LolliRadio?

Gli direi che è stato un pazzo incosciente. Ma, come spesso accade a tutti i pazzi incoscienti, alla fine è riuscito a fare qualcosa di bello, non solo per sé, ma anche per tutto il settore.

Tutta la storia, anno dopo anno, di LolliRadio è disponibile all’indirizzo lolliradio.net/story.

* Per comunicati e segnalazioni: [email protected]

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“Vorrei dirigere una radio”: Tiberio Timperi confessa il suo desiderio in un’intervista al Messaggero

Della televisione resta uno dei volti più noti, ma il cuore di Tiberio Timperi continua a battere per la radio.

È quanto emerge da un’intervista rilasciata a Il Messaggero, nella quale il conduttore ripercorre la propria carriera, soffermandosi sul mezzo che considera la sua vera casa professionale.

Nel corso della conversazione, Timperi si definisce di fatto un uomo di radio prestato alla televisione, ricordando gli esordi nelle emittenti radiofoniche e sottolineando come il microfono continui a rappresentare una parte fondamentale del suo percorso. Un legame che, negli anni, non si è mai interrotto: parallelamente all’attività televisiva, infatti, ha continuato a essere presente in radio ai microfoni di RTR 99 Ti Ricordi, mantenendo vivo il rapporto con gli ascoltatori.

L’aspetto più significativo dell’intervista riguarda però il futuro. Timperi non nasconde infatti l’ambizione di dirigere una radio, spiegando che gli piacerebbe mettere la propria esperienza al servizio di un’emittente nazionale. Secondo il conduttore, la radio dovrebbe valorizzare maggiormente personalità, contenuti e capacità di raccontare, andando oltre una programmazione basata quasi esclusivamente su playlist e messaggi degli ascoltatori.

Nelle sue riflessioni cita anche il ruolo dei direttori radiofonici, osservando come, a suo avviso, siano pochi i professionisti della sua generazione ad aver avuto la possibilità di guidare realmente una grande emittente. Da qui il desiderio di poter affrontare questa sfida, forte di un’esperienza maturata in decenni trascorsi davanti al microfono.

Parole che confermano quanto la radio rappresenti ancora oggi un elemento centrale nella carriera di Timperi, il quale, pur essendo uno dei volti storici della televisione italiana, continua a guardare con interesse al mezzo che lo ha formato e al quale, un domani, vorrebbe contribuire anche in veste di direttore.

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Radio libere, i 50 anni raccontati da Umberto Labozzetta: “La vera sfida è coniugare innovazione e identità”

In un articolo pubblicato su Rockol.it, Umberto Labozzetta, consulente di direzione/strategist di Rai Radio2, ripercorre i cinquant’anni delle radio libere italiane – che si celebrano in questo fine luglio – partendo dalla propria esperienza personale, iniziata in una piccola emittente locale costruita con passione, ingegno e tanta improvvisazione.

Labozzetta ricorda gli anni pionieristici delle radio locali, quando regie artigianali, saldatori, mixer essenziali e contenitori delle uova utilizzati come pannelli fonoassorbenti rappresentavano il simbolo di una straordinaria voglia di comunicare. Da quell’esperienza è nato un percorso professionale che lo ha portato a lavorare in realtà come Radio Deejay e Rai Radio2, osservando da vicino l’evoluzione del mezzo.

Secondo l’autore, in mezzo secolo la radio ha saputo trasformarsi profondamente: molte emittenti locali sono diventate network nazionali, mentre altre hanno consolidato il proprio ruolo di “superstation“, mantenendo un forte legame con il territorio. Oggi la competitività passa attraverso strumenti professionali come software di programmazione musicale, sistemi di monitoraggio e analisi degli ascolti, ma la tecnologia, sottolinea Labozzetta, non può sostituire il valore delle competenze editoriali e della capacità di interpretare i bisogni del pubblico.

Nel suo intervento, pubblicato da Rockol.it, Labozzetta evidenzia come il cinquantesimo anniversario delle radio libere non debba essere soltanto una ricorrenza celebrativa, ma un’occasione per riflettere sul futuro del settore. La radio locale, conclude, non ha più bisogno di dimostrare la propria legittimità: per continuare a crescere dovrà puntare su una chiara visione industriale, sulla qualità della programmazione e su un’identità editoriale capace di distinguersi anche nell’era delle piattaforme digitali.

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Oyster Radio 106.5 (Radio Ostrica 106.5): la stazione più americana che si possa immaginare

You can’t get more American than this: Non posso immaginare nulla di più americano della Sua stazione. Sono le prime parole che abbiamo detto a Michael Allen, “owner and voice of Oyster Radio”. Lo abbiamo intervistato – più o meno: stava guardando Francia-Marocco e conducendo una diretta – giovedì 9 luglio ad Apalachicola, in Florida.

 

100 kW ERP

Oyster Radio, ufficialmente WOYS (OYS sta per Oyster, appunto ostrica), è una stazione di classe C1: può dunque operare a 100 kW di ERP con un’antenna – visibile nell’immagine – alta circa 300 metri. La stazione è stata rilevata dal nostro interlocutore, il titolare – speaker – sound designer e direttore generale Michael Allen nel 2022, trasformando quella che era una “Christian Country” station in una radio fortemente legata al territorio e… alla musica rock.

La Stazione più americana che si possa immaginare.

L’abbiamo definita la stazione più americana che si possa immaginare: per la sede, minuscola e direttamente sotto il traliccio. Per l’arredamento interno, un caos totale con fili ovunque, qualcosa che la nostra Europa iper-regolamentata non potrebbe non “sanzionare”.
Per la musica, che non pare aver alcun “format” prestabilito. E per la voce del conduttore che è possibile ascoltare qui.

Christian Country?

Il format “Christian country” non deve meravigliare: non su Oyster ma su un’altra stazione FM abbiamo sentito la pubblicità di un operatore telefonico cristiano: offre una sim che insiem al 5G fornisce garanzia di “free speech” in chiave cristiana. Nulla di strano dunque se una stazione trasmette country religioso (anche se in genere questo accade in AM).

106.5 FM Analogico

Oyster trasmette nel classico FM analogico, su 106.5 e 100.5: non dispone di sottocanali HD e non intende passare al digitale completo – un discorso, quello del sistema statunitense del digitale radiofonico – su cui varrebbe la pena ritornare, in quanto la nostra esperienza di viaggio ci ha convinto che si tratti di un sistema infinitamente più user-friendly del franco-tedesco Eureka-147, il nostro beneamato DAB+. Basti dire che la commutazione tra i vari canali HD (HD1, HD2, ecc.) è immediata, senza odiosi silenzi dovuti al buffering. Ma torniamo a Oyster.

L’intervista

FM-World: Quante persone operano in Oyster Radio?

Michael Allen: Quante? Io e lui! Io faccio i programmi, lui la pubblicità.

 

Advertising dept

Il “lui” cui si riferisce è il signore qui sopra, di cui non siamo riusciti ad appuntare il nome. Ha l’esclusiva della vendita degli spazi  pubblicitari della stazione e della gemella “Forgotten Coast Radio” 100.5 FM, che per ragioni incomprensibili è prodotta in Texas. Ma anche delle T-shirt, che potete ammirare alla sua sinistra e che non potevamo non acquistare ($25, ottimo cotone).

 Mission

FM-World: Può descrivere la programmazione di Oyster?

M.A.: Più di una radio, siamo parte della vita della Baia di Apalachicola. Ogni giorno portiamo in onda la musica, le notizie e le storie che raccontano davvero il nostro territorio, dando spazio alle imprese locali, tenendo informata la comunità e facendo sentire a casa anche chi è qui solo di passaggio. Essere una radio indipendente ci permette di pensare prima di tutto alle persone che vivono e amano questa baia, e grazie al sostegno dei nostri ascoltatori possiamo continuare a dare voce alla nostra comunità.

FM-World: Si occupa lei della scelta della musica e delle playlist?

M.A. Sì! Certo. Mi occupo di tutto, Questi sono i miei CD (a destra del flipper, N.d.R.) , invece i vinili li ho a casa! Comunque la playlist la fa una società del Texas: scelgono i brani e li mettono nell’automazione: il mio collega qui inserisce gli spot e io faccio la conduzione.

 

Contraddizione?

Il fatto che il proprietario-conduttore si occupi delle playlist e contemporaneamente che le playlist siano preparate in Texas ci è apparso vagamente contraddittorio: ma non abbiamo osato chiedere lumi  anche perché, come dicevamo, stava per iniziare il secondo tempo di Francia-Marocco.

 

Sostenibilitá

FM-World: In Italia le stazioni monofrequenze e strettamente locali come la vostra sono quasi sparite, difficile vivere di pubblicità in un mondo dominato dai social e dai grandi network…

M.A.:  Basta essere in due! Qui, quando ho rilevato la stazione, ci lavoravano in sei: tanto valeva chiudere subito. Ma così, io e lui, che problemi abbiamo?

Costi

Fm-World: E quindi quali sono i vostri costi? 

M.A.: Il più grosso è la corrente: 100 kW ERP, circa 30 kW di trasmettitore, figurati. E infatti sto vedendo se sostituirlo con uno nuovo allo stato solido, più performante. Poi c’è la licenza FCC, poca roba, 2000 dollari l’anno.

FM-World: Altro?

M.A.: No…perché? Ah, l’affitto.

Streaming

FM-World: Avete più ascoltatori in streaming o in in FM?

M.A.: In FM. Ma posso darvi i dati dell’online, aspetta… (si collega al sito manager.infomaniak.com N.d.R). 
Ecco: 184.319 ascoltatori oggi, di cui 155.073 dall’America e 21.404 dall’Europa.

FM-World: E dall’Italia?

M.A.: Qui: dall’Italia 159. La settimana scorsa, nei sette giorni, 159 dall’Italia! (M.H.B. per FM-World)

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Radio Bruno celebra 50 anni di storia: arriva il libro ufficiale

Cinquant’anni di musica, informazione, emozioni e passione raccontati in un volume speciale.

È disponibile il Libro Ufficiale dei 50 Anni di Radio Bruno, un’opera che ripercorre la storia dell’emittente, dagli esordi fino ai giorni nostri.

Il libro accompagna i lettori in un viaggio attraverso i momenti più significativi della radio: dai primi studi, i sogni e le sfide degli inizi, fino alla crescita che ha portato Radio Bruno a diventare una delle emittenti di riferimento nel panorama radiofonico italiano.

Da oggi il volume è acquistabile presso la sede di Radio Bruno a Carpi (MO), in Via Nuova Ponente 28.

A partire dal 15 luglio, il libro sarà inoltre disponibile:

  • in tutti i punti vendita Giunti Editore;
  • online sul sito di Giunti Editore;
  • su ordinazione in tutte le librerie d’Italia.

Un’occasione imperdibile per gli ascoltatori di ieri e di oggi, ma anche per tutti gli appassionati di radio che desiderano scoprire o rivivere mezzo secolo di storia, racconti, curiosità e successi che hanno segnato il percorso di Radio Bruno.

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Mick Jagger si racconta a Virgin Radio: il nuovo album, la disciplina e l’amore per la Sicilia

In occasione dell’uscita mondiale di Foreign Tongues, il nuovo album dei Rolling Stones in programma venerdì 10 luglio, Virgin Radio propone un’esclusiva intervista a Sir Mick Jagger realizzata a Londra da Paola Maugeri.

La conversazione, disponibile integralmente in video su VirginRadio.it, offre uno sguardo sul nuovo progetto discografico e sul percorso artistico del frontman della band più celebre della storia del rock.

Al centro dell’intervista c’è “Foreign Tongues”, un album composto da quattordici brani, dieci dei quali registrati la scorsa estate a Londra e quattro recuperati da precedenti sessioni in studio. Un lavoro che, nelle intenzioni della band, punta a valorizzare la varietà musicale che da sempre caratterizza i Rolling Stones.

Jagger ha spiegato come il disco attraversi diversi generi, dal rock alle ballate, passando per blues, country e pop, con l’obiettivo di offrire un progetto ricco di sfumature e capace di esprimere le molte anime del gruppo. Un approccio che riflette la volontà di continuare a sperimentare, mantenendo viva l’identità musicale costruita in oltre sessant’anni di carriera.

Nel corso della conversazione, il cantante ha affrontato anche il tema della preparazione fisica e vocale, sottolineando come la disciplina rappresenti un elemento essenziale per affrontare il lavoro in studio e i concerti. Secondo Jagger, la cura della voce e del corpo richiede costanza e metodo, soprattutto quando si registra un album destinato a rimanere nel tempo.

Un altro passaggio dell’intervista è dedicato al legame con l’Italia, e in particolare con la Sicilia, terra che il leader dei Rolling Stones ha definito affascinante per la sua storia e per l’incontro di culture che ne ha plasmato l’identità. Jagger ha evidenziato il valore del patrimonio storico e architettonico dell’isola, soffermandosi sulla ricchezza delle influenze normanne, arabe e greche che la rendono unica nel panorama europeo.

L’intervista rappresenta un nuovo tassello del rapporto consolidato tra i Rolling Stones e Virgin Radio, che accompagnerà l’uscita dell’album con lo speciale “Best Rock – Rolling Stones: Foreign Tongues”, in onda giovedì 9 luglio, alla vigilia della pubblicazione del disco. Durante lo speciale saranno proposti alcuni dei passaggi più significativi della conversazione con Mick Jagger, mentre il video integrale è già disponibile sul sito di Virgin Radio.

Un contenuto esclusivo che permette ai fan italiani di conoscere da vicino la visione artistica di Mick Jagger e di scoprire i retroscena di un album che segna un nuovo capitolo nella lunga storia dei Rolling Stones.

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Cinquant’anni di radio, Linus si racconta al Corriere tra carriera e vita privata

Linus ripercorre i suoi cinquant’anni di carriera in radio, in una intervista pubblicata sul Corriere della Sera e firmata da Aldo Cazzullo ed Elvira Serra, raccontando un percorso iniziato giovanissimo nelle radio locali degli anni ’70, vissute come un fenomeno libero e pionieristico, simile oggi al mondo degli influencer.

Nel corso della conversazione, emerge come la radio abbia rappresentato fin da subito il centro della sua vita, al punto da influenzare negativamente il percorso scolastico: dopo alcune bocciature, fu costretto a lavorare in fabbrica mentre frequentava le scuole serali, continuando però a dedicarsi ogni notte alla radio. Ricorda con affetto gli inizi e l’incontro con colleghi come Gerry Scotti, sottolineando anche il legame, non sempre stretto ma sincero, con il fratello Albertino.

Linus riflette poi sul suo rapporto con la televisione, ammettendo un certo rimpianto per non avervi avuto un ruolo più centrale, pur ribadendo di non sentirsi davvero parte di quel mondo. Ritiene che la radio sia ingiustamente considerata un mezzo “minore” – nonostante i grandi numeri di ascolto – e osserva con un po’ di amarezza che il lavoro radiofonico lascia meno tracce durature rispetto ad altre forme artistiche.

Ampio spazio è dedicato anche agli incontri con personaggi famosi: Linus racconta episodi curiosi e giudizi personali, descrivendo Lucio Dalla come geniale ma eccentrico e definendo Sting tra i più antipatici incontrati, pur riconoscendone l’ironia. Ricorda inoltre momenti con artisti e celebrità che hanno segnato la sua carriera.

Sul piano personale, Linus ripercorre la propria vita familiare, le relazioni e il rapporto con i figli e parla con serenità del tempo che passa, attribuendo il suo aspetto giovanile soprattutto alla genetica. Ammette esperienze giovanili con droghe – senza nasconderne i limiti – e si mostra riflessivo rispetto ai cambiamenti tecnologici, esprimendo più preoccupazione per la perdita dei rapporti umani che per l’intelligenza artificiale.

Infine, guarda al futuro senza ansie particolari: esclude un impegno politico o amministrativo, mentre coltiva passioni personali come la pittura, sognando una mostra. Quanto a Sanremo, afferma con sicurezza che la direzione artistica sarebbe alla sua portata, ma riconosce che il vero ostacolo è non essere abbastanza “nazionalpopolare” per arrivarci.

L’intervista integrale è disponibile sul Corriere.it.

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World Radio Day 2026, Aeranti-Corallo: “Preoccupazione per la procedura UE sulle interferenze FM e per l’accesso alla radio nelle auto”

Si è svolta ieri a Milano la sesta edizione del World Radio Day, l’evento italiano dedicato al mondo della radio organizzato da Radio Speaker.

Tra gli interventi anche quello dell’avv. Marco Rossignoli, coordinatore di Aeranti‑Corallo, che ha affrontato alcuni dei temi più rilevanti per il comparto radiofonico italiano.

Rossignoli ha espresso “una forte preoccupazione per le emittenti radiofoniche italiane” in relazione alla procedura di infrazione avviata dall’Unione Europea sulle presunte interferenze delle frequenze FM con i Paesi confinanti, in particolare Slovenia, Croazia, Francia e Malta.

“Il rischio – ha dichiarato – è che tale procedura possa comportare misure tecniche pregiudizievoli per l’operatività del settore. Occorre infatti considerare che le emittenti operano da oltre trent’anni sulla base di concessioni ministeriali, corrispondendo i relativi canoni e le tasse di concessione governativa. Per questo riteniamo necessario che lo Stato italiano tuteli adeguatamente l’intero comparto, al fine di garantirne la piena continuità operativa”.

Nel suo intervento Rossignoli ha inoltre richiamato l’attenzione sull’importanza di garantire la presenza della radio nelle autovetture, sostenendo l’obbligo di assicurare la ricezione radio in FM e in DAB+ su tutte le tipologie di veicoli nuovi.

“Indebolire la garanzia di accesso alla radio via etere nelle auto, favorendo esclusivamente piattaforme internet-based, significherebbe compromettere il futuro della diffusione radiofonica digitale terrestre nel settore automotive e avrebbe effetti molto negativi per l’intero mezzo radiofonico”, ha sottolineato.

Il coordinatore di Aeranti-Corallo ha ricordato come l’ascolto radiofonico avvenga prevalentemente proprio a bordo delle automobili, evidenziando al tempo stesso il ruolo centrale delle radio locali nel sistema mediatico italiano.

“Le radio locali – ha concluso Rossignoli – rappresentano oggi un presidio fondamentale dell’informazione e dell’intrattenimento grazie alla loro capillarità territoriale, alla qualità dei contenuti originali e al forte legame con il pubblico”.

A confermare la rilevanza del comparto anche i dati degli ascolti Audiradio: nel 2025 la radiofonia locale ha registrato un ascolto lordo complessivo nel giorno medio pari a 31.037.000 ascoltatori. Inoltre, in cinque regioni italiane la radio più ascoltata è una emittente locale e otto radio locali registrano più ascolti di almeno una radio nazionale.

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