È la domanda al centro della riflessione di Umberto Labozzetta, che parte dall’esempio dei palinsesti estivi, spesso caratterizzati da meno conduzione e maggiore rotazione musicale, per allargare il ragionamento all’intero modello di programmazione radiofonica.
Secondo Labozzetta, nell’epoca dello streaming e dell’ascolto on-demand, la musica non sarebbe più l’elemento realmente distintivo di un’emittente: a fare la differenza sarebbero soprattutto la forza del brand, la riconoscibilità e il rapporto con l’ascoltatore. Da qui la provocazione: il “format clock” è ancora uno strumento utile oppure è diventato una sorta di gabbia dorata che rassicura più chi fa radio che chi la ascolta?
Di seguito, la riflessione integrale di Umberto Labozzetta, pubblicata sui social.
Ascoltare la radio in queste settimane estive offre una prospettiva impietosa. Con i palinsesti ridotti all'osso, i conduttori titolari in ferie e spazi spesso affidati a voci esordienti alla prima esperienza, il vuoto editoriale viene riempito da una sola soluzione di ripiego: aumentare a dismisura la rotazione musicale. Ascoltando questo flusso, viene da farsi una provocazione estrema: visto il risultato, non converrebbe spegnere i microfoni, mandare tutti in vacanza e trasmettere solo musica a mo' di jukebox? Nella migliore delle ipotesi, la maggioranza delle radio in questo periodo risulta semplicemente inascoltabile.
Ma il problema estivo è solo la punta dell'iceberg. Tutto l'anno l'architettura della radio italiana si regge su modelli di programmazione rigorosi. Che si tratti del Top 40 (un carosello serrato di novità ad altissima rotazione e interventi flash), di un formato All News (scandito da cicli fissi di notiziari e rubriche al minuto) o di formati di flusso come il Classic Hits o l'Easy Listening, il principio è sempre lo stesso: il format clock. Quella griglia a fette di torta che governa ogni singolo minuto dell'ora radiofonica.
La domanda da porsi oggi, senza ipocrisie, è radicale: questi format ingessati sono ancora utili o ci stanno portando fuori strada? Siamo sicuri che l'ascoltatore moderno — abituato alla fluidità totale e all'on-demand delle piattaforme di streaming — cerchi ancora questa maniacale prevedibilità?
Oggi la playlist in stile piattaforma ha completamente ridefinito le abitudini: non segue più una linea editoriale rigida, non rispetta le vecchie caselle orarie e vive di suggestioni dinamiche, mentre la radio continua a blindarsi dentro clock che la fanno percepire come un prodotto industriale e anacronistico.
E qui si apre il secondo grande interrogativo, guardando freddamente i dati Audiradio: quanto influisce ancora la musica sul rendimento e sull'ascolto di una radio in Italia?
I dati dimostrano che la musica in sé non è più il fattore discriminante dell'ascolto: i brani sono ovunque, replicabili e ovunque accessibili con un tap. A trainare i flussi e a giustificare le quote d'ascolto non è più il singolo prodotto o la perfezione millimetrica della playlist, bensì la forza e il ricordo del brand (il marchio, il logo insomma, chiamatelo come vi pare) dell'emittente. D’altronde lo vediamo chiaramente anche in TV: tutti i grandi network sono presenti con i loro marchi, spesso affiancati agli eventi in piazza, proprio per attrarre a sé utenti e ascoltatori. Più forte è la visibilità, più forte è il ricordo del marchio. È la percezione del brand a fidelizzare, mentre il palinsesto spesso gira pericolosamente a vuoto all'interno di una gabbia.
La domanda, o se preferite la riflessione sotto l’ombrellone in una domenica di agosto, è questa: abbiamo paura di rompere gli schemi perché temiamo i dati, o semplicemente perché non sappiamo più immaginare una radio che sappia vivere e respirare fuori da una griglia? O forse, peggio ancora, ci siamo assuefatti alla comodità di una gabbia dorata? È il momento di riaccendere il cervello, prima che sia l'ascoltatore a spegnerci per sempre.
Umberto Labozzetta