Intervista a Claudio Tozzo, editore ed anima storica della dance station d’Italia
Di fronte al Lago di Garda, a Desenzano, batte uno dei cuori storici della radiofonia dance italiana. Qui ha sede Radio Studio Più, un nome che da quasi cinquant’anni accompagna generazioni di ascoltatori tra musica, eventi e divertimento. Abbiamo incontrato Claudio Tozzo: editore, patron, ma anche voce e dj della radio. Un uomo che con Studio Più non ha semplicemente costruito un’emittente, ma un vero e proprio brand dell’intrattenimento.
La storia di Claudio Tozzo con la radio inizia prestissimo. È il luglio del 1977 quando, a soli 14 anni, entra a Radio Tele Sullivan di Lonato, nel bresciano. All’inizio segue la parte tecnica, ma ben presto passa al microfono conducendo un programma dedicato ai cantautori italiani.
Nel 1979 arriva anche l’esperienza da dj nella discoteca Sullivan di Ponte San Marco, di proprietà di alcuni soci della radio, dove rimane resident fino al 1983. Sono anni fondamentali, perché radio e pista da ballo iniziano a fondersi in un’unica visione. Proprio in quel periodo Radio Tele Sullivan si fonde con Radio Studio 93, dando vita a Radio Studio Più. Nel 1983 Tozzo rileva le frequenze e avvia la costruzione dell’attuale rete nazionale, acquisendo emittenti in tutta Italia.
L’intervista
Partiamo dalle origini di Radio Studio Più e dal legame con gli eventi
«Studio Più è operativa negli eventi da quando esiste la radio. Nel 1977 entro in radio e la radio era già legata a una discoteca, il Sullivan, dove io facevo il dj. Mandavamo un programma che si chiamava Ieri al Sullivan: faceva sentire quello che era successo la domenica pomeriggio. Era bellissimo, perché chi era stato nel locale poi riascoltava quello che aveva vissuto.
Da lì ho capito una cosa fondamentale: quando la gente si diverte, si ricorda di te. Con questa filosofia abbiamo iniziato a fare feste nelle piazze, soprattutto d’estate, e continuiamo a farle ancora oggi. Di fatto Studio Più è diventato un format. Quando viene chiamata, la gente sa già che si divertirà. Facciamo musica a 360 gradi, senza chiuderci in nicchie. Negli ultimi dieci anni abbiamo però creato format riconoscibili, come I Remember Yesterday, dedicato agli anni ’70 e ’80 con i video originali degli artisti, quasi come se li avessimo sul palco. Oppure Dance Time Machine 90, dedicato ovviamente a quel decennio. Ma anche senza un nome preciso, Studio Più ha sempre fatto sold out nelle piazze».
Il richiamo al passato: pubblico che invecchia o musica che cambia?
«Negli anni ’70 un disco restava in classifica nelle prime posizioni anche un anno intero. Negli anni ’80 e ’90 magari tre o quattro mesi, ma aveva comunque una lunga vita. Oggi invece esce musica in continuazione e si brucia subito. Una volta gli editori e le case discografiche facevano da filtro: le canzoni che uscivano avevano già il potenziale per diventare hit. Oggi per produrre un brano basta poco, ne escono tantissimi, e non hai più la possibilità di scegliere davvero quali possano durare. In più oggi esistono anche canzoni generate dall’intelligenza artificiale. Risultato: la musica contemporanea fatica a riempire le piste da ballo».
E i ventenni di oggi?
«Una volta le canzoni venivano scelte da professionisti che sentivano il mood generale. Oggi quel gusto condiviso non esiste più. I giovani vivono una musica che spesso capiscono solo loro, perché nasce e muore dentro i social. È un mondo chiuso. Quando devi far divertire un pubblico trasversale — in una piazza o in un palasport — non puoi basarti solo su quello. Servono brani che abbiano vissuto momenti reali. Le poche eccezioni arrivano dai grandi dj internazionali, soprattutto da luoghi come Ibiza, che resta la vera patria delle discoteche».
Ibiza: perché continua a essere un riferimento mondiale?
«Ibiza è un piccolo mondo dove passa tutto il mondo. Ci sono locali con dj internazionali e un concetto completamente diverso di esperienza. In Italia, nei locali si è disposti a spendere 15 o 20 euro. A Ibiza superi facilmente i 100, ma li investi per vivere un momento unico. Non vai a vedere un dj, vai a vedere uno show: musica, luci, atmosfera. Vai in un posto sapendo che succederà qualcosa di importante. Lì abbiamo creato Studio Più Ibiza, una radio autonoma che trasmette i dj set di chi si esibisce direttamente sull’isola. Non avrebbe senso portare la Studio Più italiana a Ibiza: sono due mondi diversi, ed è giusto che abbiano identità diverse».
Presente e futuro: i nuovi format
«Abbiamo recentemente creato un nuovo format che si chiama “Noi che siamo gli anni 80 – 90 – 2000”. È l’identità della Studio Più di oggi. Lo presenteremo a Predazzo e Bormio in occasione delle Olimpiadi, con performance live che hanno caratterizzato quegli anni. Cosa c’è di contemporaneo che funziona? Direi che nell’ultimo decennio, dal 2015 al 2020 in particolare, sono stati il Reggaeton e il Moombathon a riportare le persone – soprattutto le ragazze – in discoteca e in quegli anni ho avuto il piacere di suonare quella musica proprio a Ibiza prima al Privilege, poi all’Hi e all’Ushuaia. Qualcosa di nuovo c’è sempre, ma non sarà mai come gli anni ’70 e i primi anni 80: le hit di quegli anni ce le portiamo ancora tutte dietro. Alla fine portiamo avanti ciò che la gente è in grado di sentire come proprio».
Come si ascolterà la radio domani?
«La radio è un brand. E il brand lo vai a cercare in base a ciò che ha rappresentato per te. Non importa dove ti trovi, l’importante è che tu possa trovarla ovunque. L’FM non resterà per sempre il canale principale, ma non è una decisione nostra: è l’utenza che decide. Tu devi essere presente dappertutto. Perché alla fine è il brand che vince».
Concludendo, possiamo dire che Radio Studio Più non è soltanto una dance station. È una storia che attraversa decenni, generazioni, mode e tecnologie, restando fedele a un’idea semplice e potentissima: la musica come esperienza condivisa. Tra piazze piene, piste da ballo, ricordi e nuove sfide digitali, il percorso di Claudio Tozzo racconta come la radio — se diventa identità — possa continuare a far ballare il tempo.
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