Eurovision Song Contest: grande festa a Torino

A cura di Mauro Roffi

Ora che tutto è finito con una vera festa di pubblico e di ascolti viene una gran voglia di dire: ‘Io l’avevo detto’. Era prevedibile questa settimana di gloria per la città di Torino, per chi ha organizzato e gestito, da ogni punto di vista, questa manifestazione (che in fondo scopriamo per la prima volta direttamente, dopo tanti anni), per l’Ebu e per la Rai, soprattutto? Sì, era immaginabile, almeno, perché poi se ci mettiamo qualche volta d’impegno, noi italiani le cose le sappiamo fare meglio di altri, magari.

Era immaginabile, dunque, che andasse (quasi) tutto bene, così come era prevedibile la vittoria dell’Ucraina, in una situazione di sanguinosa guerra d’invasione che ha portato il pubblico (non ‘la critica’, magari) a solidarizzare per forza di cose con quel Paese martoriato, al di là del valore della canzone, non male, poi, ma magari meno bella di alcune altre (personalmente mi piacevano di più brani come quello del Portogallo o dell’Olanda e, se ci riferiamo alle voci in campo, quello della Gran Bretagna).

È persino ovvio che l’Eurovision Song Contest non poteva sottrarsi alle pesantissima situazione provocata in Europa dal conflitto russo-ucraino e si è capito subito, quando la Russia, che era più o meno sempre stata presente, è stata esclusa, per forza di cose dalla gara e dal confronto canoro con gli altri Paesi. A quel punto una vittoria dell’Ucraina era nell’ordine delle cose, non fosse altro che per solidarietà (come il televoto ha sancito), e ogni altra considerazione è da rinviare all’anno prossimo, quando una situazione ‘normale’ e normalizzata consentirà – almeno è nelle speranze di tutti – di tornare a parlare davvero di musica in senso stretto e all’Ucraina, nuovo Paese ospitante, di avere la grande occasione di essere la sede dell’Eurovision Song Contest 2023 e di far segnare (e sognare) la propria rinascita. La grande suggestione è già quella di andare a Mariupol ma tutto è per adesso purtroppo lontanissimo dall’attuale orrenda realtà.

Dal sogno di rinascita dell’Ucraina anche grazie all’Eurovision Song Contest 2023 eccoci alla realtà di un 2022 che ha segnato invece il grande successo di una manifestazione che ci fa uscire davvero dall’epoca del Covid e che grazie all’Italia è tornata ad essere una festa vera, di musica, di giovani che fanno musica, di occasione di incontro e di confronto fra popoli, che evidentemente non si limita all’ambito strettamente musicale. Vero linguaggio universale, al pari e forse persino più del calcio e dello sport, la musica ha offerto anche un’occasione a Torino e al nostro Paese che mancava davvero da troppo tempo.

Si diceva infatti da tanti anni che la Rai e l’Italia non volevano veramente vincere la gara, perché poi tocca organizzare l’anno seguente tutta la kermesse e la sfida è di quelle toste sul serio.

Stavolta però ci è toccato, dopo tanti anni, e rivedere oggi la lontana edizione di Cinecittà dell’Eurofestival (ma sì, mi piace ancora chiamarlo così) con Cutugno fa tanta tenerezza. Oggi il format è ultrablindato dalla ferrea organizzazione dell’Ebu, sgarrare non è possibile, anche se ci fossero errori marchiani della produzione televisiva di turno, in qualche modo si rimedierebbe e le due serate di semifinale, in questo senso, sono apparse persino ‘fredde’, calcolate al minuto, fin troppo ‘prevedibili’ (a parte l’eliminazione di Achille Lauro e di San Marino). Il ‘porca vacca’ di Laura Pausini era sembrato il massimo della ‘trasgressione’ possibile in una festa musicale che trasforma ogni canzone in un piccolo grande show di Tv, musica, danza, luci e colori e che per questo prevede forzatamente le basi musicali e non l’orchestra, come a Sanremo.

Serve poi una ‘mentalità diversa’ nella produzione televisiva, che deve avere in questo caso un autentico ‘respiro internazionale’, sfida che per noi italiani è ancora complicata da sostenere, a partire da presentatori che maneggino bene l’inglese come vera ‘lingua franca’. La scelta di Cattelan e di Mika da parte della Rai è parsa a questo punto indovinata e anche Laura Pausini se l’è cavata, in un ruolo che le pesava un po’ ma che ha affrontato con il solito entusiasmo contagioso.

E se il nazional-popolare doveva pur avere qualche spazio (non siamo a Sanremo ma all’Eurofestival, appunto), la scelta di un contrappunto in italiano affidato al sagace Gabriele Corsi, a Carolina Di Domenico e alla follie di Cristiano Malgioglio ha anch’essa pagato. La Rai ha sbagliato poco stavolta, la riuscita della sfida è stata effettiva e l’audience ottenuta è lì a dimostrarlo. Persino qualche sbavatura che mi è parso di riscontrare in chiusura – dai mancati collegamenti con alcuni Paesi nel magnifico meccanismo di voto finale alla scomparsa del tabellone nel momento clou del televoto, alla durata della kermesse, di qualche minuto più lunga del previsto, stavolta – ha ‘umanizzato’ in fondo quel meccanismo ferreo di cui si diceva, che si è sciolto un po’ nel tripudio finale.

L’altra vincitrice dell’Eurovision Song Contest 2022 sembra poi essere stata Torino, che ha saputo impegnarsi nel modo migliore, anche in termini di costi e di strutture, e che sembra tornata all’entusiasmo delle Olimpiadi di qualche anno fa, effettivo ‘cambio di passo’ per una città per troppo tempo vista come chiusa, fredda (a sua volta) e apatica e invece dimostratasi aperta, calda e accogliente.

Spiace sempre quando una cosa bella finisce e così è anche per l’Eurovision Song Contest 2022, che magari poteva ricordare meglio e più a lungo quest’anno, rispetto a quanto effettivamente fatto, Raffaella Carrà, che ne era una delle ‘anime’ più autentiche, vitale, professionale, entusiasta, aperta al mondo e persino icona del mondo gay (per molti versi protagonista della kermesse continentale) com’era; non a caso ‘Raffa’, quando la sventurata Italia snobbava la manifestazione, la commentava per la Spagna o per quel mondo spagnolo che le era tanto caro e il risultato era sempre eccellente.

Spesso si paragona infine questo benedetto Eurofestival (mi scuso di nuovo per chiamarlo ancora così) all’altro grande ricordo di noi ‘vecchietti’ in dimensione continentale, per così dire: ‘Giochi senza frontiere’, va da sè. Perchè non si riesce a rifarlo? È davvero troppo complesso, è un’impresa realmente impossibile, anche per la durata, che non è certo quella di una sola settimana?

Qualche tentativo c’è stato di recente, anche nel mondo privato, ma poco convinto, per la verità. Quella era una dimensione persino più adatta al modo italiano di concepire la vita, in fondo giocoso e con punte quasi surreali nelle gare proposte.

Chissà, qualcuno ci proverà ancora a riproporre la formula, penso. Il successo è poco probabile ma la sola idea di tentare di farlo è già comunque bella. Non è solo nostalgia, è anche voglia di confronto, apertura all’Europa e al mondo, competitività vera ma mai guerra, pace e comprensione tra i popoli. Sono i valori delle Olimpiadi, dello sport migliore, appunto.

Ho divagato un po’, sicuramente, sulla scia dell’entusiasmo e dell’atmosfera di festa di Torino. Ora si torna con i piedi per terra, in attesa di vedere cosa sarà possibile realizzare per l’Eurovision Song Contest 2023 in Ucraina, fin d’ora un’altra sfida che vale la pena di affrontare.

Mauro Roffi
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