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Che cos’è “locale” oggi per la radio?

In questi giorni, è al centro del dibattito la riforma del Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi e Radiofonici Digitali (TUSMAR).

Numerosi i commenti che sono emersi da più parti e che, in particolare, ha trattato con frequenti approfondimenti Newslinet.

In estrema sintesi, uno dei punti che ha letteralmente spaccato in due gli editori radiofonici e le associazioni di categoria riguarda la possibilità di estendere il numero di ascoltatori serviti via etere dalle “locali” da 15 a 30 milioni, con tutte le conseguenze che questo comporterebbe in particolare per il mercato pubblicitario.

Il tutto, in un periodo storico in cui la diffusione analogica del segnale radiofonico (che rimane al momento preponderante) è sempre più affiancato dal DAB+ (con coperture diverse a seconda delle aree), dal digitale terrestre (audio e visual), oltre che dal web e dalle app.

Un tema che riguarda ovviamente la politica e che FM-world ha preferito non affrontare fino a quando non ci saranno decisioni concrete, ma che ci pone di fronte ad una domanda: che cosa oggi è “locale” parlando di radio?

Un’emittente che copre una regione in FM, ma ne serve 6 o 7 in DAB+ può essere ritenuta locale? E chi invece in FM già è a ridosso dei 15 milioni? E ancora, chi serve piccoli bacini in modulazione di frequenza ma è presente in mezza Italia in versione visual? E le syndication diventate superstation? E le “native digitali” che dal web sono comparse in DAB+ (e quindi via etere)? E gli editori nazionali che detengono anche reti locali?

Un insieme dunque di tante “diversità” che evidenzia quanto sia ricco, complesso e difficilmente classificabile il panorama radiofonico italiano.

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